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hanno sfogliato qualche pagina *loading* persone
La guerra in Iraq ha provocato finora un numero di morti CIVILI stimato (comparando le fonti di diversi giornali internazionali) fra i 88656 e i 96766. Interessa?
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Vi ricordate le giornate culturali di Sisila e WhiteFang?
Beh, anche se spesso ci dimentichiamo di dirlo, per motivi soprattutto di tempo, il progetto "ampliamo la cultura delle menti costipate" continua a pieno regime! Presto spero di fare un bel post sulla mostra di Derain che siamo andati a vedere il primo di novembre, ma per ora vi sforno fresco fresco qualche commento sulla commedia che abbiamo visto ieri sera al teatro di Legnago: Le false confidenze, messo di scena dai Teatri Uniti, sotto la regia di Toni Servillo.
La trama è semplice e piuttosto classica: una vicenda amorosa, un amore impossibile, una serie di equivoci, il servo furbo e inventore di tutti i possibili stratagemmi per raggiungere il suo scopo e il solito scontro di classi che impedisce il matrimonio d'amore.
Gli attori sono semplicemente bravissimi: il modo di muoversi sul palco, il modo di parlare, le loro espressioni, sono così naturali eppure così teatrali! Non vorrei scadere nei soliti stereotipi, ma credo che i Napoletani abbiano davvero qualcosa in più da dare in questo tipo di recitazione; non che gli altri non riuscirebbero a fare altrettanto, semplicemente a loro viene più...naturale!
Il ritmo incalzante non permetteva di distrarsi o di annoiarsi, i tempi erano calcolati alla perfezione e il sottofondo musicale enfatizzava tutti i silenzi, che lo stesso Servillo ha voluto rendere talmente eloquenti da completare il copione.
Insomma, è uno spettacolo veramente bello, dove si ride, un po' si pensa - come in tutte le commedie di questo tempo, tra le battute sono nascoste dure critiche alla società, che valgono anche per quella odierna -, ma soprattutto ci si stupisce di quanto riescano a creare queste persone sul palco.
E se a tutto questo aggiungete che siamo riusciti a trovare i biglietti nel settore migliore, quando ormai non ci speravamo più, che, grazie alle conoscenze di WhiteFang, sono riuscita a stringere la mano a Toni Servillo, e che siamo riusciti ad organizzate tutto alla perfezione...potete capire che sia stata proprio una serata magica...
"Donami la forza di cambiare le cose,
di accettare cio' che non posso cambiare,
e la saggezza per distinguere tra le due"
Andare a donare il sangue mi fa sempre molto bene. Non al fisico, ma all'anima. Mi stupisce ogni volta vedere quanti tipi di persone diverse si trovino lì, accomunate dall'atto di donare qualcosa di sé per gli altri.
Intendiamoci per me è una generosità quasi scontata: a me non costa niente - non fare colazione quella mattina, andare fino lì, occupare un'oretta del mio tempo -, per di più ci sono anche dei vantaggi, se vogliamo guardarla con un po' più di cinismo - controllo continuo, esami del sangue gratis, colazione abbondante e offerta, una giornata di assenza giustificata dal lavoro - .
Ma la gente che dona il sangue non guarda questo. Non so perché ognuna delle persone che ho incrociato e della quale mi sono sentita un po' "sorella" abbia deciso di fare questa scelta: magari perché ha avuto un parente che è stato male e sa cosa significa, magari perché vuole rendersi utile alla società, magari perché i suoi genitori l'hanno sempre fatto, magari perché non gli costa poi tanto, magari perché semplicemente lo ritiene giusto.
Non lo so, ma è bello vedere che una ragazza in minigonna, un operaio, un uomo con la ventiquattrore, una signora sulla sessantina e uno studentello sono lì, nella stessa stanza, con il braccio scoperto e una bilancina a fianco che pesa quello di sé che stanno dando, per qualcuno che non conosceranno mai, ma a cui forse salveranno la vita.
Vedere queste cose mi fa sempre pensare che per noi, per il mondo, c'è sempre speranza.
"Quando è partito, Colombo non sapeva dove stava andando. Quando è tornato, non sapeva dov'era stato. Eppure ha vissuto una grande avventura. Per giunta con soldi presi in prestito. Forse c'è speranza anche per noi"
Ultimamente passo davvero poco tempo a casa: parto quando il sole è ancora incerto e torno quando ha sicuramente deciso che è il caso di ritirarsi - l'avrete notato anche dalla mia assidua presenza in questo monolocale (però passavo, anche se non ne lasciavo traccia...
).
Ieri, per la prima volta dopo tanto tempo, sono uscita in giardino intorno alle quattro del pomeriggio, difficile dire dove fosse esattamente il sole, perché c'era una foschia tutt'attorno che faceva del cielo un telo uniformemente grigio, inondato di una luce spenta.
E mi sono fermata a guardare quello che fino a qualche anno fa mi imbambolava per ore: un tappeto bagnaticcio di foglie gialle, tra le quali si affacciano appena dei ciuffetti verdissimi; dei colori così accessi che sembrano tutto fuorché naturali.
È strano e così meraviglioso
Sembra quasi che la natura segua la logica di uno spettacolo pirotecnico: poco prima di finire da il meglio di sé, mille fuochi d'artificio esplodono a raffica. Sembra quasi che il fuochista (si chiama così?!) si sia stancato del ritmo avuto fino a quel momento, e accenda tutte le micce contemporaneamente, e il cielo brilla di mille colori.
Così fa la natura: prima di spogliare tutto, di ricoprire con nebbia e neve, fa esplodere i colori eccessivi che non si era mai permessa per tutto l'anno. Così come tocco finale, come per farci fare la scorta per arrivare fino alla prossima primavera...

...poi il fatto che le mie rose rosse siano fiorite in questo periodo forse non fa proprio parte del progetto "naturale"...
Il tempo è la misura dell'importanza che diamo alle cose.
1- Chiedere alla propria ragazza di andare a vedere Elio e le storie tese con Claudio Bisio, e vedere che ne è entusiasta.
2- Assistere al concerto in delirio, senza vergogna alcuna.
3- Cantare a squarciagola "Cara ti amo" assieme agli EELSTECB.
4- Comprare il DVD con la registrazione integrale della serata passata insieme, regalarglielo e vedere che la cosa la fa felice :-)
E se l'occasione per unire le popolazioni mondiali, lasciando da parte le differenze, le inimicizie e i pregiudizi, fosse il fatto che rischiamo la fine del mondo?

Ovvero il famoso tourbook coi fumetti del tour di Dark Side Of The Moon.
Copertina - Prima pagina
Seconda pagina
Terza pagina
Quarta pagina
Quinta pagina
Sesta pagina
Settima pagina
Ottava pagina (caricature di Gerald Scarfe
Nona pagina (caricature di Gerald Scarfe)
Decima pagina
Undicesima pagina
Dodicesima pagina
Tredicesima pagina
Quattordicesima pagina
Quindicesima pagina (testi, compresi Raving and Drooling e You gotta be crazy)
Sedicesima pagina (Come fare il simbolo psichedelico della... ehm... piramide, sì,
piramide. )
Mars Volta Sciamani su Marte
Riccardo Bertoncelli
Sogni esagerati, poteri acculti, Vita e Morte. Un'aliena especie de Rock Progresivo
Sandro Veronesi mi ha detto una cosa molto bella l’altro giorno, divagando a proposito mentre si parlava
del nostro amato Frank Zappa. "Oggi in letteratura domina una scuola di pensiero", così ha detto, "che se vogliamo chiamare scuola è comunque elementare: e la sua lezione è tagliare, tagliare, tagliare fino all’osso. L’essenziale. Il minimo".
Ora, un conto è se lo faceva Cassola, che scriveva nel dopoguerra e aveva questa idea delle frasi in un libro come parole nei telegrammi, ognuna costava. Ma se ci pensi bene adesso, nel nostro tempo, tagliare è la frase più cazzara del mondo. Vai ad ascoltare Zappa. Non siamo più dopo la guerra, dove si risparmiava tutto perché non c’era, da tanto tempo siamo nell’era dell’abbondanza - e che diavolo vuole dire tagliare? Magari la cosa bella stava proprio lì, che ne sai?".
Quando sono tornato a casa, la sera, avevo il disco nuovo dei Mars Volta da ascoltare e quelle parole mi hanno illuminato l’ascolto. Certo i MV non sono FZ, ogni loro album non contiene spunti per altri dieci e glosse ad altri quindici; ma rendono comunque l’idea di quest’epoca densa e fitta, ambiguamente ricca, di questo reticolo di storie emozioni informazioni eventi ricordi che s’intrecciano e rimbalzano rumorosamente ad alta energia, e noi in mezzo storditi eccitati confusi. I Marziani non fanno filtro, assorbono e rimandano: e il rock che suonano è eruzione, colata lavica, sproloquio, farneticazione, con tutto il piacere che questo può comportare e naturalmente anche lo stress, il disagio, un senso vago di nausea che non capisci se è una porta da forzare per un livello superiore di fruizione o un buco nero maledetto che finirà per inghiottirti.
Amputechture, il nuovo album dei Mars Volta, è un’opera appunto di esagerata abbondanza; già nel gonfio neologismo che lo intitola, e nei testi metallicamente sopra le righe, ma soprattutto nelle monsoniche devastazioni di chitarre e tastiere lunghe un’eternità e un giorno, infilate in quelle sterminate collane che nella storia dell’arte rock sono state una specialità dell’epoca psichedelica e progressiva - brani di otto, dieci, quindici minuti, albe e tramonti, risa e pianti, abissi e vette in vertiginosa sequenza cinemascope.
Conoscono la storia dell’arte rock, i Mars Volta? La conoscono, certo, loro e gli amici che danno una mano come John Frusciante, a cui appartengono diverse parti di chitarra del disco. Dicono che Frusciante sia un iperappassionato di Yes e in effetti può starci, qui dico, non nei Red Hot Chili Peppers; e con gli Yes i King Crimson, naturalmente, quelli originali e i più recenti, e se vogliamo i Porcupine Tree e perfino i Pink Floyd, un giorno che si persero lungo la strada e finirono chissà come a Bron Y Aur, nel cottage gallese di Led Zeppelin III, e già che c’erano si divertirono a fare jam con Jimmy Page alla chitarra. Il mondo è quello, anche se nemmeno sotto tortura userò la parola "(Neo) Prog" e darò senz’altro per buono quello che il chitarrista Omar Rodriguez Lopez ha dichiarato fino allo sfinimento sulle intenzioni della sua band: "Come può non essere progressiva l’arte o la musica che si propone di essere innovativa e d’avanguardia?".
I Mars Volta esistono da cinque anni come evoluzione di una geniale band di southern psico, At The Drive In. Musica e idee ruotano intorno a Rodriguez-Lopez e al cantante paroliere Cedrix Bixler-Zavala, con ricorrenti va e vieni di collaboratori. Dall’EP Tremulant autoprodotto a questo Amputechture, mai un disco banale o tirato via: forse solo il live Scabdates, l’anno scorso, pallida fotografia di una band che proprio dal vivo dovrebbe risaltare di più. Nel primo album, De Loused In The Comatorium, hanno raccontato sotto mentite spoglie l’angosciante storia vera di un amico entrato in coma in seguito a un tentativo di suicidio fallito, rimesso in vita e ferocemente convinto a farla finita, alla fine con successo. Con il secondo, Francis The Mute, hanno musicato la vicenda di un uomo che cerca i suoi genitori naturali basandosi su un diario trovato casualmente da un membro della band, poi defunto. Vita e Morte, sempre così, "epici scontri fra la parte luminosa e quella oscura della coscienza". Questo terzo Cd non ha un concept conduttore ma spunti differenti che alla fine si accordano e trovano un senso, "un po’ come in quel film di Paul Thomas Anderson, Magnolia". è un disco sulla Divinità, "ma non l’amore per Dio, piuttosto la paura di Dio, che è così strettamente connessa con il Cattolicesimo. Per me", spiega Bixler-Zavala, "la religione è il motivo per cui ci sono così tanti conflitti nel mondo, e penso che non sia necessario credere in un Dio con capelli lunghi, barba bianca e occhi azzurri. Amputechture è il mio personale modo di descrivere l’illuminazione e di celebrare quelle persone che sono sciamani ma qui in Occidente vengono trattate come pazzi".
Qualcuno sostiene che i Mars Volta siano nati e morti con il primo album, che strada facendo abbiano corrotto la loro idea originale e non riusciranno mai più a suonare a quel modo. Altri sono perplessi davanti alla svolta spiritualista di Amputechture e trovano che argomenti così forti pesino troppo sulle fragili spalle della band. Può essere tutto, come negarsi dei dubbi davanti a una band tanto barocca, non minimale e autoindulgente?
Però la loro musica è un brivido voluttuoso, e quelle chitarre di mercurio, quella voce che scivola dal freddo al caldo, dall’inglese accorato di Tetragrammaton allo spagnolo sinuoso di Asilos Magdalena, sono una bella suggestione. Consci di vivere in un’epoca abbondante, i Mars Volta disdegnano il poco delle canzonette e con avidità, velleità, smania costruiscono enormi gabbie fantastiche e si impicciano di Grandi Numeri come le storiche band del loro Walhalla. Hanno mani malferme, ma come non ammirarli mentre almeno provano a bussare at the heaven’s door?